Immagina che ti abbia morso uno squalo. Un viaggio verso l’accettazione e la saggezza interiore

Forest bathing

Immagina che ti abbia morso uno squalo e invece di nuotare a riva per curarti, cerchi lo squalo per scoprire il motivo per cui ti ha morso e per dimostrargli che non te lo meritavi.

Recentemente, ho letto questa frase – postata da qualcuno sui Instagram – che mi ha colpito particolarmente: Immagina che ti abbia morso uno squalo e invece di nuotare a riva per curarti, cerchi lo squalo per scoprire il motivo per cui ti ha morso e per dimostrargli che non te lo meritavi.
Mi sono fermato un attimo a riflettere su queste parole e ho deciso di scrivere questo articolo per condividere con voi alcune riflessioni su come possiamo applicare questo concetto nella nostra vita quotidiana.
Innanzitutto, bisogna riconoscere che l’aforisma in questione ci offre una metafora tanto vivida quanto ironica della nostra tendenza umana a cercare risposte e giustificazioni da chi ci ha ferito, piuttosto che concentrarci sulla nostra guarigione. È come se, dopo essere stati morsi da uno squalo, invece di nuotare verso riva per curarci le ferite, ci mettessimo a inseguire il predatore marino per chiedergli: ‘Ma perché? Cosa ti ho fatto di male?’. Un’impresa non solo inutile, ma anche potenzialmente pericolosa, sia fisicamente che emotivamente. 

Cercare di comprendere il motivo per cui qualcuno ci ha fatto del male può trasformarsi in un labirinto psicologico senza uscita, soprattutto quando il comportamento dell’altro è radicato nella sua natura, nelle sue insicurezze o nelle sue fragilità. Spesso, dietro un atto che ci ferisce, non c’è una logica comprensibile o una giustificazione valida, ma semplicemente l’espressione di un disagio personale che nulla ha a che fare con noi. Eppure, invece di accettare questa realtà, ci ostiniamo a cercare spiegazioni, come se trovare una ragione potesse magicamente annullare il dolore provato. Spoiler: non lo farà.

Invece di sprecare energie preziose in questo esercizio di auto-tortura mentale, sarebbe molto più saggio (e, diciamolo, anche più elegante) accettare la situazione per quello che è: un evento spiacevole, ma non necessariamente definitorio della nostra esistenza. Concentrarsi sulla propria guarigione e crescita personale non solo ci permette di uscire più forti dall’esperienza, ma ci libera anche dal bisogno di cercare validazione o comprensione da chi, molto probabilmente, non è nemmeno in grado di offrircele. 

Questo approccio, tra l’altro, è profondamente radicato nei principi buddisti di accettazione, non attaccamento e saggezza del discernimento. L’accettazione non significa rassegnarsi passivamente al dolore, ma riconoscere che alcune cose sono al di fuori del nostro controllo e che la vera libertà sta nel lasciarle andare. Il non attaccamento, invece, ci invita a non aggrapparci alle ferite o alle storie che ci raccontiamo su di esse, perché farlo non fa che alimentare la sofferenza. Infine, la saggezza del discernimento ci aiuta a distinguere tra ciò che merita la nostra attenzione e ciò che è meglio lasciar scivolare via, come l’acqua sulla schiena di un’anatra. 

Accettazione della realtà (dharma): il primo passo verso la pace interiore

Nel buddismo, l’accettazione della realtà, o dharma, rappresenta un pilastro essenziale. Questo principio non rappresenta una semplice rassegnazione passiva, ma un atto di profonda consapevolezza che ci invita a vedere le cose così come sono, senza il filtro delle illusioni, delle aspettative irrealistiche o dei desideri distorti. Quando ci troviamo di fronte a situazioni difficili, come l’essere “morsi da uno squalo” (metaforicamente parlando), la nostra mente tende a cercare risposte, a voler comprendere il perché dietro l’accaduto. Tuttavia, questo tentativo di razionalizzare l’irrazionale spesso si trasforma in una trappola emotiva, portandoci a sprecare energie preziose in un’impresa che raramente ha una conclusione soddisfacente.

Ciò che è, è. Ciò che non è, non è
Questa frase racchiude in sé l’essenza dell’accettazione. Non è un invito alla passività, ma un richiamo a riconoscere la realtà per quello che è, senza opporsi inutilmente a ciò che non possiamo cambiare. Cercare di modificare ciò che è intrinseco alla natura di qualcuno o di qualcosa è come cercare di fermare il vento con le mani: un’impresa destinata a fallire, che non fa altro che alimentare la frustrazione e la sofferenza (dukkha). 

Accettare la realtà non significa rassegnarsi a subire passivamente gli eventi, ma piuttosto riconoscere la verità delle cose e agire con saggezza in base a essa. È un atto di intelligenza emotiva che ci permette di risparmiare energie mentali ed emotive, che possiamo invece investire nella nostra crescita personale e nel nostro benessere. Quando smettiamo di lottare contro ciò che non possiamo cambiare, ci apriamo alla possibilità di trasformare il nostro rapporto con la sofferenza, trovando un senso di pace anche nelle circostanze più difficili.

La citazione del Buddha accetta ciò che è, lascia andare ciò che era e abbi fiducia in ciò che sarà, sintetizza perfettamente questo approccio. Accettare ciò che è significa vivere nel presente, senza rimpiangere il passato o temere il futuro. Lasciare andare ciò che era è un atto di liberazione, che ci permette di non rimanere intrappolati in storie già concluse. Avere fiducia in ciò che sarà è un invito a confidare nel flusso della vita, sapendo che ogni esperienza, anche la più dolorosa, può diventare un’opportunità di crescita e trasformazione.

Quando impariamo a farlo, scopriamo che la vera libertà non sta nel cambiare ciò che ci circonda, ma nel trasformare il nostro modo di relazionarci con esso. E, forse, in quel momento, ci accorgiamo che lo squalo non era poi così interessato a noi, ma era semplicemente… uno squalo.

Non attaccamento (Vairagya): la chiave per la libertà interiore

Il non attaccamento, o Vairagya nella tradizione buddista, è un principio che ci invita a liberarci dalle catene invisibili che ci legano a desideri, aspettative e idee fisse. Spesso, senza nemmeno rendercene conto, ci aggrappiamo con forza all’idea di giustizia, di comprensione o di risposte da parte di chi ci ha ferito. Questo attaccamento, però, non solo non ci restituisce ciò che cerchiamo, ma diventa una fonte di sofferenza continua, come un tarlo che rosicchia la nostra serenità. 

Il Buddismo ci insegna che l’attaccamento è una delle radici della sofferenza (dukkha). Quando ci aggrappiamo a qualcosa – che sia una persona, un’idea o un risultato – creiamo una dipendenza emotiva che ci rende vulnerabili. Più cerchiamo di controllare ciò che è al di fuori del nostro potere, più ci allontaniamo dalla pace interiore. Il non attaccamento, quindi, non è un invito all’indifferenza, ma un richiamo a riconoscere che la vera libertà sta nel saper lasciar andare ciò che non possiamo cambiare.

Lasciar andare non significa negare o ignorare i nostri sentimenti, ma piuttosto accettarli senza permettere che ci definiscano o ci imprigionino. Significa riconoscere che alcune situazioni, persone o eventi sono semplicemente al di fuori del nostro controllo, e che lottare contro di essi non fa che aumentare il nostro disagio. Quando impariamo a lasciar andare, ci liberiamo dal peso emotivo che ci portiamo addosso e apriamo la porta a una pace duratura.

C’è un proverbio Zen che dice lascia andare o sarai trascinato.
È un monito tanto semplice quanto potente. In pratica, il non attaccamento ci invita a vivere con leggerezza, senza farci schiacciare dal peso delle aspettative o delle delusioni. Ci ricorda che la felicità non dipende da ciò che possediamo o controlliamo, ma dalla nostra capacità di vivere nel presente, liberi dai legami del passato e dalle paure del futuro. Quando impariamo a lasciar andare, scopriamo che la vera libertà non è fuori di noi, ma dentro di noi.

Saggezza del discernimento (Prajna): comprendere la natura delle cose

La saggezza del discernimento, o Prajna nel Buddismo, rappresenta la capacità di vedere oltre le apparenze e di riconoscere la vera natura delle cose e delle persone. Non si tratta di una semplice conoscenza intellettuale, ma di una comprensione profonda e intuitiva che ci permette di agire con chiarezza e consapevolezza. Quando ci troviamo di fronte a una situazione difficile, come l’essere “morsi da uno squalo”, la saggezza del discernimento ci invita a guardare oltre il dolore immediato e a comprendere che lo squalo agisce semplicemente secondo la sua natura. Non c’è malizia, non c’è intenzione personale: è semplicemente ciò che è. 

Questa comprensione non è un atto di giustificazione, ma di liberazione. Ci permette di smettere di lottare inutilmente contro ciò che non possiamo cambiare e di accettare la realtà per quello che è. Nel Buddismo, questa consapevolezza è considerata uno degli strumenti più potenti per superare la sofferenza (dukkha), perché ci aiuta a distinguere tra ciò che merita la nostra attenzione e ciò che è meglio lasciar andare.

Conosci la natura delle cose e agisci di conseguenza. Non combattere contro il vento, impara a navigare
La vita è piena di forze che non possiamo controllare, come il vento o le onde del mare. Cercare di contrastarle non solo è inutile, ma può portarci allo sfinimento. La vera saggezza sta nell’imparare a navigare con abilità, adattandoci alle circostanze con intelligenza e serenità. Questo non significa rinunciare ai nostri obiettivi, ma piuttosto trovare il modo migliore per raggiungerli, tenendo conto della realtà che ci circonda.

La saggezza è sapere cosa fare dopo; la virtù è farlo.

Questa frase di David Starr Jordan aggiunge un ulteriore livello di profondità a questo concetto. La saggezza del discernimento non è solo una questione di comprensione, ma anche di azione. Una volta che abbiamo compreso la natura delle cose, il passo successivo è agire in modo virtuoso, cioè in armonia con quella comprensione. Questo significa fare scelte consapevoli, che rispettino sia la nostra natura interiore sia la realtà esterna.

Quando impariamo a navigare con il vento anziché contro di esso, scopriamo che la vita non è una battaglia da combattere, ma un viaggio da vivere con consapevolezza e grazia. E, forse, in quel momento, ci accorgiamo che lo squalo non era un nemico, ma semplicemente una parte del vasto e imprevedibile oceano della vita.

Karma e la natura delle azioni: comprendere le azioni e le loro conseguenze

Nel Buddismo, il concetto di karma è fondamentale per comprendere il flusso delle azioni e delle loro conseguenze. Il karma non è una punizione o una ricompensa divina, ma una legge naturale che governa il ciclo di causa ed effetto. Ogni essere agisce in base al proprio karma, alla propria natura e alle proprie circostanze. Lo squalo, ad esempio, non morde per malizia o per un desiderio di ferire, ma semplicemente perché è nella sua natura agire secondo il suo istinto. Riconoscere questo ci aiuta a distaccarci dal giudizio e a vedere le azioni degli altri con maggiore chiarezza e compassione.

Questa comprensione non è un invito a giustificare comportamenti dannosi, ma a riconoscere che ogni azione è il risultato di una complessa rete di cause e condizioni. Quando smettiamo di giudicare gli altri per le loro azioni, ci liberiamo da un peso emotivo inutile e possiamo concentrarci sulla nostra crescita personale e sulla nostra liberazione spirituale. Invece di rimanere intrappolati nel risentimento o nella rabbia, possiamo usare questa consapevolezza per coltivare la compassione e la saggezza.

Inoltre non possiamo cambiare il karma degli altri, ma possiamo lavorare sul nostro. Ogni volta che ci troviamo di fronte a un’azione che ci ferisce o ci confonde, possiamo scegliere di rispondere con comprensione anziché con giudizio. Questo non significa ignorare il dolore o negare l’importanza di proteggerci, ma piuttosto riconoscere che la vera libertà sta nel non permettere che le azioni degli altri determinino il nostro stato interiore.


Non giudicare ogni giorno dal raccolto che raccogli, ma dai semi che pianti. Questa frase di di Robert Louis Stevenson, aggiunge un ulteriore livello di profondità a questo concetto. Il karma non riguarda solo le azioni passate, ma anche quelle presenti. Ogni giorno abbiamo l’opportunità di piantare semi positivi attraverso le nostre scelte, i nostri pensieri e le nostre azioni. Anche se i frutti di questi semi potrebbero non essere immediatamente visibili, la legge del karma ci assicura che ogni azione ha una conseguenza. Concentrarsi sui semi che piantiamo, anziché sul raccolto immediato, ci aiuta a vivere con maggiore intenzionalità e pazienza.

Il karma ci invita a vivere con responsabilità e compassione. Ci ricorda che le azioni degli altri sono il risultato del loro percorso, mentre le nostre azioni sono il nostro campo di crescita. Quando smettiamo di giudicare e ci concentriamo sulla nostra evoluzione, scopriamo che la vera libertà non sta nel controllare gli altri, ma nel coltivare la nostra mente e il nostro cuore.

E, forse, in quel momento, ci accorgiamo che lo squalo non era un ostacolo, ma un insegnante che ci ha mostrato l’importanza di navigare con saggezza nel vasto oceano del karma.

Dunque, la prossima volta che uno squalo (metaforico o meno) decide di darvi un morso, ricordatevi che la vostra priorità non è interrogarlo, ma raggiungere la riva e prendervi cura di voi stessi. E magari, mentre vi medicate, potete anche riderci su, perché alla fine, la vita è troppo breve per inseguire squali.

Libri consigliati:

  1. “La via del non attaccamento” di Dhiravamsa
    Questo libro offre un’ottima introduzione alla pratica del Buddismo Theravada, con un focus particolare sulla meditazione e la consapevolezza. Dhiravamsa esplora i concetti di impermanenza, non-sé e compassione, fornendo strumenti pratici per sviluppare la meditazione e la consapevolezza.
  2. “Mente Zen, Mente di Principiante” di Shunryu Suzuki
    Un classico della letteratura zen, questo libro esplora il concetto di mente del principiante, che è aperta, flessibile e priva di pregiudizi. Suzuki offre insegnamenti preziosi su come coltivare una mente aperta e non attaccata.
  3. “La pratica di consapevolezza” di Henepola Gunaratana
    Una guida pratica alla meditazione Vipassana, una delle tecniche di meditazione più antiche del Buddismo. Gunaratana fornisce istruzioni dettagliate su come sviluppare la consapevolezza e la comprensione profonda della realtà.
  4. “Il libro tibetano del vivere e del morire” di Sogyal Rinpoche
    Testo classico che offre una guida completa alla filosofia e alla pratica buddista, con un focus particolare sulla comprensione del karma e della natura delle azioni. Rinpoche esplora come vivere una vita significativa e come affrontare la morte con serenità.